Adesso basta

Ancora una volta, per l’ennesima volta, gli Stati Uniti stanno portando il mondo sull’orlo di una crisi senza precedenti. Questa volta la vittima designata è la Siria di Assad, il dittatore colpevole, a loro dire, di aver lanciato un attacco con armi chimiche contro cittadini inermi.

Il mio post non vuole essere una descrizione dei fatti, non vuole esporre gli eventi, né tantomeno mettersi a discutere sulle motivazioni che spingono l’Occidente verso l’ennesimo scempio.

Del resto, sarebbe inutile e anche poco interessante. Lo sappiamo tutti che agli americani non importa un bel niente delle presunte armi chimiche di Assad. Se a questo aggiungiamo il fatto che queste famose armi chimiche nelle mani di Assad è un discorso ancora tutto da dimostrare, il quadretto è completo. In questi casi, per gli eventuali indecisi, vale sempre la legge del cui prodest: a chi conviene credere a questa storiella? A chi è convenuto mettere in scena o effettuare un’azione del genere? Ad Assad magari? Ce lo vedete Assad ad impostare la sua strategia in questi termini “bene, sono riuscito con fatica a riprendere in mano la situazione, che fare adesso? Uhm, effettivamente rischio un po’ di annoiarmi adesso che ho la situazione sotto controllo.. Idea! Sferro un attacco chimico sulla popolazione inerme, così l’America troverà la scusa in cinque minuti per bombardarmi, e torniamo a divertirci!”?

Va bene, direi che posso fermarmi qui… Però voglio dire un’ultima cosa, giusto per ricordarla a tutti: in tutto questo l’Unione Europea dov’è? Dove sono finiti quelli che dicono che l’Unione Europea è importante soprattuto in chiave internazionale perché rispetto ai singoli Stati può fare la voce grossa nelle questioni di geopolitica internazionale? Qualcuno ne sa qualcosa? Ah già ora ricordo, siamo solo una semplice colonia e un sottoprodotto degli USA, scusate mi ero quasi dimenticato.

Come dicevo, il mio post non vuole essere un’analisi degli eventi, ma semplicemente uno sfogo. Non è più possibile tollerare una situazione di questo genere. Non è più possibile tollerare una nazione che dopo la seconda guerra mondiale si è convinta di poter decidere delle sorti del mondo, come se l’intero pianeta fosse di sua proprietà. Non è più possibile assistere ad azioni militari e di esplicita conquista o annientamento di Stati sovrani da parte degli Stati Uniti, sulla base delle scuse più ridicole. Io sono nato nell’89 e praticamente sono nato e cresciuto fino ad oggi con le guerre degli USA in giro per il mondo, e francamente ne ho davvero le palle piene. Ho vissuto gli anni della guerra in Iraq, basata su prove false, gli anni della guerra in Afghanistan, poi la Libia di Gheddafi, ora la Siria. Il tutto condito da un’ipocrisia vomitevole, dalle scuse più indecenti, dalla stampa e dall’informazione più squallida e becera, dai discorsi sulle armi chimiche mai trovate, fino all’argomento di dover esportare la democrazia. Adesso basta.

Oggi l’America non può più scherzare con il fuoco. Oggi la Russia non è più quel relitto post Unione Sovietica, indebolito e quasi annientato. Oggi la Cina non campa più sulla coltivazione del riso. Il mondo è cambiato, gli equilibri sono cambiati o per meglio dire, sono tornati, per fortuna. Quell’equilibrio che, in teoria, se ci fosse un minimo di razionalità, dovrebbe portare alla stabilità, dal momento che nessuno può più permettersi di fare la voce grossa senza stare a sentire quello che hanno da dire gli altri, coloro che non sono d’accordo, gli “stati canaglia”, giusto per ricordare che livelli di manipolazione mediatica abbiamo dovuto sopportare in questi anni grazie ai cari “paladini del mondo democratico”.

Se oggi gli Stati Uniti hanno deciso di perdere completamente il buon senso e andare avanti nonostante le probabili reazioni di Russia e Cina e allora così sia. Vuol dire che evidentemente lo scontro doveva essere inevitabile, vuol dire che la folle ricerca di potere assoluto e planetario da parte degli USA era ormai una tempesta fuori controllo. E anche se il prezzo da pagare dovesse essere altissimo, vuol dire che evidentemente non c’erano alternative, e sarà stato comunque giusto pagarlo in nome di un briciolo di giustizia rimasto in questo Occidente primo ormai di ogni valore e di ogni freno, diventato cancro del pianeta.

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Salvini vero uomo politico, Di Maio ancora immaturo

Siamo arrivati alla settimana delle consultazioni e la situazione che emerge dal panorama politico sembra abbastanza evidente, in particolar modo per ciò che riguarda i due grandi protagonisti delle ultime elezioni, Salvini e Di Maio.

Allo stato attuale e a mio modesto parere, Salvini si è dimostrato uomo politico dieci volte più serio e in gamba di Di Maio, c’è poco da dire.

Da un lato una persona, Salvini, che fino ad oggi le ha tentate tutte. Ha detto sì ai 5 stelle, sì al reddito di cittadinanza pur con qualche revisione, ha dichiarato dieci mila volte che sarebbe anche disposto a mettersi da parte nella corsa per diventare Premier.

Non solo: coerentemente con le sue proposte di governo lascia stare il PD e apre esplicitamente solo ai 5 stelle nel rispetto della volontà popolare, altrettanto coerentemente dice che per lui non è un problema tornare al voto nel caso in cui non si giunga ad un accordo e dimostra di non avere la smania di governare a tutti i costi.

Dall’altro lato un Di Maio che, dopo averne dette di tutti i colori sul PD cerca in tutti i modi un’alleanza con loro. PD con Renzi, PD senza Renzi, non si capisce poi cosa cambia visto che comunque il partito resta colmo di tutti quei personaggi che si sono sempre prostrati senza alcun problema alla linea politica dettata da Renzi durante questi anni, e che ancora stanno lì a fare comitiva. Personalmente, mi piacerebbe capire qual è la differenza tra un PD con Renzi e un PD senza Renzi, ma con all’interno i vari Richetti, Orfini, Del Rio e compagnia bella.

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Ma Di Maio non si ferma qui: ignora le aperture di Salvini, mettendo in discussione, in questo caso sì, la volontà popolare che vede nel m5s e nella lega le due forze politiche vincitrici delle elezioni. Invece di cercare una mediazione tra i vari programmi politici propone un elenco di punti su cui non si capisce per quale motivo dovrebbero convergere tutti gli altri.
Dimostra altrettanta immaturità nel mettere dei paletti a priori, che limitano le possibilità di governo: PD sì ma senza Renzi, centrodestra sì ma senza Berlusconi (e allora che centrodestra è?). Un comportamento al momento alquanto imbarazzante.

Se Di Maio non vuole Berlusconi, chiami Salvini, creino insieme un programma comune e gli dia la carica di Premier in cambio dell’abbandono di Forza Italia, molto semplice. Ma siamo sicuri che Di Maio abbia la maturità, già dimostrata da Salvini, di mettersi da parte pur di dare un governo al Paese in grado di fare quelle riforme che il popolo ha domandato con insistenza? (abrogazione legge fornero, riduzione delle tasse, reddito di cittadinanza, revisione dei trattati europei, e così via). Le basi per un programma comune con la Lega e per un governo che possa attuarlo, con o senza Berlusconi, ci sono. Tuttavia Di Maio non sembra disposto a quel salto di maturità tanto necessario quanto auspicabile in questo momento.

P.S. chi scrive ha votato movimento 5 stelle.

Verità in video #03: Marcello Veneziani e il sistema globalitario

Terzo appuntamento con la rubrica “Verità in video“, la video-rubrica che ricerca la verità in ogni ambito, lo spazio dedicato all’esaltazione del senso critico, l’unica cura che riesce a disintossicare il corpo e la mente dagli applausi interminabili del pubblico di Di Martedì.

Proseguiamo con un ulteriore intervento in occasione del convegno “Globalismo e Sovranità” organizzato dal centro di studi politici e strategici “Machiavelli“. Questa volta il protagonista è lo scrittore, giornalista e saggista Marcello Veneziani.

Con la sua retorica chiara ma allo stesso tempo minuziosa, Veneziani ci spiega quali sono i punti cardine del sistema neoliberista all’interno del quale tutti noi viviamo e con il quale siamo costretti a confrontarci ogni giorno. Dal capitalismo senza regole al supporto culturale ed ideologico del politicamente corretto.

Inoltre, Veneziani propone una personale analisi del fenomeno del populismo, inteso come prima vera grande reazione alla globalizzazione, e ne descrive caratteri, punti di forza e debolezze.

Qui il video: Marcello Veneziani – Il sistema globalitario

Bruno Amoroso: le vittorie dei mercanti durante il processo di modernizzazione

Recentemente ho letto uno dei libri del Prof. Bruno Amoroso, nello specifico “L’Apartheid Globale“. Si tratta di un saggio che tratta il tema della globalizzazione, analizzando il fenomeno sotto vari aspetti, ma in particolar modo sotto il profilo prettamente economico.

Il libro è molto interessante, anche se non sempre mi sono trovato d’accordo con il quadro descritto da Amoroso. Ad ogni modo ne consiglio vivamente la lettura e in questo breve (articolo, post?) vorrei focalizzare l’attenzione su un punto che invece ho trovato molto significativo, cioè l’analisi di Amoroso sul ruolo dei “mercanti” durante il processo di modernizzazione e le battaglie vinte da questa categoria nei confronti di tutta la comunità.

Amoroso riassume la questione in maniera molto chiara e a mio avviso fornisce anche degli spunti interessanti sui quali poter riflettere. Nel libro si parte dal presupposto che il processo di modernizzazione ha una storia di circa 500 anni e solo negli ultimi 200 anni nasce la vera e propria modernizzazione capitalista. Punto centrale della riflessione è l’analisi della figura del mercante all’interno della comunità. Amoroso spiega che nella società premoderna il mercante non era una figura molto apprezzata e fino al XIII secolo si trovava in fondo alla piramide sociale, al pari del contadino e certamente sotto il clero, la nobiltà e persino l’artigiano.

Nel 1400, agli inizi della modernizzazione “i mercanti scoprono che la comunità è il luogo dove si fissano le norme, le regole etiche, politiche e anche quelle di scambio, poiché il mercato aveva delle regole e chi imbrogliava veniva punito. I mercanti capiscono che chi fissa le regole ha il potere e che, se uno riesce a modificare le regole, modifica i valori della società. Se due uova valgono quanto uno chilo di pane, chi fa il pane è, forse, avvantaggiato; ma se inverto i valori e chi fa il pane guadagna meno di chi produce due uova, tutto cambia”.

Per Amoroso dunque il capitalismo nasce come un sistema per cambiare le regole dei mercati al fine di trarne dei vantaggi. Ma c’era un problema, in quanto le regole della società, della comunità, andavano a toccare anche l’economia. Era dunque necessario distruggere queste regole. Inizia così la lotta dei mercanti contro i principali “dogmi” della società.

La prima battaglia e la prima vittoria del mercantilismo consiste nella separazione dell’economia dall’etica (basti pensare al famoso motto “gli affari sono affari”).

La seconda vittoria riguarda un’altra grande separazione, cioè quella tra la politica e l’etica. Da questa battaglia sorge il laicismo, inteso quindi come virtù. Dopo il potere economico, i mercanti gettano le basi per assumere il controllo anche del sistema politico.

Molto interessante la riflessione di Amoroso sulle conseguenze tra queste separazioni che avvengono all’interno della società e quelle che al contempo avvengono all’interno del singolo individuo. Cito “A queste separazioni dall’etica, prima dell’economia e poi della politica, corrispondono parallele scissioni della persona: come se le persone fossero fatte a compartimenti stagni e una volta pensassero in termini etici, un’altra in termini economici, un’altra ancora in termini politici. Questo comportamento assurdo è il contenuto folle della modernizzazione (…). Non a caso accusiamo gli integralisti di essere folli poiché ancora mescolano politica, religione, economia, costumi. In realtà essi difendono il principio dell’unità della persona e della comunità come organi di comuni responsabilità”.

Questa per quanto mi riguarda è una riflessione fondamentale e molto forte. Da appassionato di psicologia, ho intuito già da tempo lo stresso nesso che vi è tra conflitto individuale e conflitto sociale, tra i meccanismi della mente del singolo e i meccanismi della psicologia di un’intera società. In buona sostanza, comprendere i propri conflitti interiori, le proprie componenti psichiche, permette di cogliere gli stessi identici meccanismi in azione anche a livello sociale, politico, economico e così via. E lo stesso principio, per logica, dovrebbe essere valido e possible anche al contrario.

Amoroso prosegue quindi con l’enunciazione delle altre battaglie vinte dal mercantilismo. La terza grande guerra vinta è quella contro la religione, che imperversa nei costumi e nello stile di vita delle persone, ed è quindi un ostacolo per il processo di modernizzazione. Metterei anche in stretto collegamento questa terza battaglia con la seconda, ovvero quella contro l’etica, che certamente ha molto a che vedere anche con la religione. “Distrutta la religione della comunità in nome del materialismo e del laicismo, i mercanti impongono la loro nuova religione. L’ostia viene sostituita dalla moneta d’oro; il consumo diviene il segno della virtù e del benessere; i templi diventano le Borse ed i palazzi del potere. (…) I miracoli ormai li fa la tecnologia, affidarsi a Dio sembra antiquato; che decida la tecnologia appare più moderno, se non ovvio. Che il mercato sostituisca i giudizi di Dio sembra naturale. La Borsa, che giorno per giorno dalla tv ci dice come comportarci costituisce, ormai, la normalità. Il mercato è diventato la nuova religione“.

Infine, la quarta battaglia vinta, corrisponde ancora una volta ad una separazione, in questo caso separazione nel campo dei saperi. Possiamo pensare alla figura dello scienziato che si occupa di scienza senza però considerare le proprie responsabilità a livello sociale.

Le conseguenze di questi quattro passaggi, come sottolinea Amoroso, sono fondamentalmente due: la persona viene sostituita dall’individuo e al contempo la comunità viene spezzettata in varie parti e in vari poteri che non sono più collegati in maniera armonica tra di loro, con tutto quello che ne consegue.

La propaganda anti-Italia

Uno dei personaggi che più apprezzo nel panorama politico, ma più in generale nel panorama intellettuale italiano, è senza dubbio Alberto Bagnai, oggi senatore eletto con la Lega. In realtà ascoltavo con piacere i suoi interventi in occasione di vari convegni già da parecchio tempo, il più delle volte durante incontri organizzati per trattare il tema dell’uscita dall’euro.

Ma non è dell’euro che mi interessa parlare, anche perché in fondo Bagnai, come egli stesso ammette tranquillamente durante i dibattiti, preferisce affrontare altre tematiche, in quanto a suo avviso parlare dell’euro è poco interessante. La moneta non funziona, ormai c’è una vastissima letteratura scientifica sul tema, discorso chiuso. Non a caso, ad ogni intervento, Bagnai tocca tanta altre questioni molto più importanti. I suoi ragionamenti ci costringono a riflettere sul tema della democrazia oggi, su cosa sia rimasto di questo sistema di governo, sulla nostra Nazione, sul dibattito intellettuale italiano.

Oggi vorrei fare un accenno molto breve ad un tema che Bagnai ha sempre cercato di sollevare all’interno del dibattito, ovvero la continua propaganda che prosegue da anni su giornali e televisioni, da parte di una folta schiera di giornalisti e intellettuali, che consiste nel buttare fango su tutto ciò che riguarda l’Italia e gli italiani in generale.

Il tema mi tocca particolarmente in quanto residente da circa due anni all’estero, nella fattispecie in Spagna. E ricordo che la prima volta che ascoltai le parole di Bagnai pensai: “ah lo vedi che allora è vero, non era solo una mia impressione! Finalmente qualcuno che lo dice chiaramente!”.

Il collegamento con il mio vissuto personale sta nel fatto che, quando vivi all’estero, poco a poco inizia a venir fuori, almeno nel mio caso, quella sorta di patriottismo buono, sano e positivo, che in buona sostanza si era poco a poco spento. Ricordo che mi bastò andare per qualche giorno a Roma dopo circa un anno di residenza a Barcellona, per provare delle sensazioni molto particolari. Mi sentivo quasi come se fossi un turista e l’idea di essere atterrato a Roma, una cosa vissuta già moltissime volte e sempre con assoluta indifferenza, era diventato di colpo qualcosa di incredibilmente emozionante. Ricordo che era come se percepissi l’esaltazione dei gruppi di turisti presenti nell’aereo, e i pensieri che frullavano nella mia testa spaziavano dal “cioè la capitale d’Italia è Roma, è ancora qui con tutta la sua storia e la sua leggenda, rendiamoci conto” al “siamo nel cuore della storia dell’Occidente”. Si mescolavano esaltazione e brividi di orgoglio, di orgoglio nazionale, un orgoglio che vivendo in Italia era completamento scomparso.

E allora ecco che il discorso di Bagnai si incastra perfettamente con il mio vissuto, perché è la verità. Quando vai a vivere all’estero, passi fondamentalmente due fasi, almeno nella mia esperienza: la prima è un senso di rabbia iniziale condita dall’esaltazione causata dal nuovo, in quanto fondamentalmente ti ritrovi in un posto dove in linea di massima tutto funziona meglio rispetto all’Italia. Passi dunque i primi tempi ad esaltare l’organizzazione del Paese estero in cui ti trovi e a paragonarla con la situazione disastrosa del Paese da cui vieni. Ad un certo punto però, una volta abituato al nuovo scenario, poco a poco inizia ad uscire fuori un sentimento di recupero della tua identità che passa inevitabilmente dal recupero della tua cultura. E immediatamente l’Italia passa da Paese della disorganizzazione a Paese dell’arte, della tradizione culinaria, dei paesaggi straordinari, di personaggi illustri, di marchi di prestigio, della lingua studiata in tutto il mondo, la culla dell’Impero Romano e della cultura greca. Quella bandiera verde bianca e rossa assume una forza straordinaria, ti senti parte di una storia unica, anche con tutti i mali del caso.

Ora, si potrebbe pensare che tutto ciò possa derivare da una semplice e banale nostalgia, ma a me personalmente sembra riduttivo. La verità è che, in Italia, un certo ambiente culturale, grazie anche ad una forte presenza mediatica, ha creato un clima tetro, di sfiducia e soprattutto di linciaggio nei confronti della Nazione. Una narrazione che prosegue senza sosta e che giorno dopo giorno ci ricorda che gli italiani sono tutti corrotti, che in Italia siamo ladri, che siamo ignoranti, mentre all’estero invece sono degli illuminati e la corruzione non esiste; ci bombardano con l’idea di una Nazione debole, senza speranza, senza punti da cui partire, che deve solo accettare l’idea di essere un paesello inutile in mezzo alle grandi realtà mondiali e che quindi è giusto così, bisogna solo farsene una ragione. Ed è per questo che quando uno straniero, magari un tedesco, ci dice “Italiani tutti corrotti”, noi invece di rispondere “perché invece da te no magari? Vogliamo parlare della Volkswagen, come eravate onesti e limpidi?”, rispondiamo “si si è vero, eh che ci possiamo fare? Voi siete più bravi”. Questo è il risultato di questo vento intellettuale che da decenni ormai attraversa l’Italia e ci ha ridotto in questo stato di colpevolezza per cui ci sentiamo inferiori rispetto a tutti gli altri popoli europei, come se in fondo ci meritassimo la situazione che vive il nostro Paese.

Ecco, non è solo nostalgia, è il distacco totale da questa narrazione nefasta, un distacco assoluto da questo vento di vergogna che soffia sull’Italia. Una separazione che poco a poco porta i suoi frutti e ti fa riscoprire la grandezza del tuo Paese e l’orgoglio di esserne parte, nel bene e nel male.

Verità in video #02: Ettore Gotti Tedeschi e le quattro fasi del declino italiano

Torna la rubrica “verità in video“, l’unica rubrica capace di eliminare ogni 15 minuti di video l’influenza di trenta ore di ascolto di talk show televisivi e lettura di giornali spazzatura  (“lo dice la scienza”). L’unica rubrica che raccoglie il meglio delle riflessioni su politica, economia, società e attualità.

La rubrica può causare danni ai lobotomizzati dai mass media, tenere fuori dalla portata dei “oh mio dio le feic niuss”.

 

Oggi ripropongo l’intervento dell’economista e banchiere Ettore Gotti Tedeschi al convegno “Globalismo e Sovranità” organizzato dal centro di studi politici e strategici “Machiavelli” (per chi volesse più informazioni: http://www.centromachiavelli.com/).

Ettore Gotti Tedeschi ci propone quelli che a suo avviso sono stati i quattro snodi principali del declino economico del nostro Paese. Il quadro che ne esce fuori è tanto chiaro quanto disarmante. Grazie a delle notevoli capacità esplicative e ad una perfetta sistematizzazione dei vari tasselli, Gotti Tedeschi non lascia nulla al caso e ci confeziona una nuova visione di insieme delle ragioni della crisi italiana, ponendo particolare attenzione al falso problema del debito pubblico, spiegato attraverso l’esempio della crisi bancaria che colpì gli Stati Uniti e il mondo intero nel 2008.

Qui il video: Ettore Gotti Tedeschi: le quattro fasi del declino italiano

La solitudine del sovranista

Diciamoci la verità, il sovranista è un soggetto che vive una certa solitudine intellettuale ed ideologica. Almeno, questa è la mia esperienza personale, e il correttore automatico che evidenzia in rosso la parola “sovranista” mentre scrivo non è di certo di aiuto e contribuisce a supportare questa tesi.

Partendo da questa mezza verità, che giudico tale in quanto esperienza vissuta, ho cercato di pormi delle domande e di individuare il perché o i perché di questa situazione. E devo dire di aver trovato parecchie motivazioni. Se volessi fare un breve elenco, potrei citare le seguenti:

  • il sentirsi circondato da giovani neoliberisti (spesso a loro insaputa, cosa sconfortante) che balbettano le scemenze che gli vengono propinate dai media giorno dopo giorno e che incredibilmente, pur cercando in molti casi di combattere il sistema, finiscono per lottare a favore di tutta una serie di cause che invece sono favorevoli al sistema stesso. Tutto ricorda vagamente uno spaccato della sinistra occidentale, ma vabbè…
  • il percepire un sistema mediatico (rete a parte) completamente asservito all’ideologia globalista. Salvo rarissime eccezioni, nei media traspare un pensiero unico, sempre allineato con l’ideologia capitalista e neoliberista. Anche vari giornalisti nostrani, spesso precisi e implacabili quando si tratta di criticare tristi aspetti della politica nazionale, chiudono gli occhi e la bocca quando ci sarebbe la possibilità di criticare il globalismo in molte delle sue sfaccettature ed espressioni;
  • il vedere il proprio Paese ridotto alla miseria per volontà di soggetti terzi, che possono essere altre nazioni o direttamente istituzioni sovranazionali, non elette da nessuno, che però calpestano la sovranità italiana e ci impongono cosa fare e cosa non fare. Il tutto condito dal dover constatare l’appoggio di una larga fetta di popolazione;

E potrei continuare ancora per parecchio tempo ad elencare tutta una serie di elementi detestabili, ma vorrei concentrarmi su un’ultima ragione che provoca una certa frustrazione nell’animo di un sovranista (non di tutti, in questo caso) e che vorrei analizzare brevemente. Quest’ultimo elemento è il fatto che, almeno in Italia, i sovranisti non sono ancora adeguatamente rappresentati. È vero che alcune tematiche care a chi ritiene che sia necessario ripartire dalla sovranità nazionale e quindi popolare vengono affrontate a sprazzi qua e là all’interno del panorama politico, ma la verità è che ancora un vero partito o movimento di rappresentanza del sovranismo e dell’interesse nazionale, e soprattutto capace di unire tutti gli elettori che condividono la necessità di riappropriarsi della sovranità, purtroppo non esiste. E non esiste per varie ragioni.

Possiamo notare infatti come, da un lato, troviamo dei soggetti politici che sì trattano in parte alcune tematiche di stampo sovranista, ma che a conti fatti imperniano il loro programma politico su altre questioni, e lasciano ai margini certi concetti che per un sovranista sono assolutamente essenziali. Un esempio lampante è il Movimento 5 Stelle. Il Movimento 5 Stelle, riesce da una parte a risolvere l’altro grande problema dei partiti sovranisti, cioè riesce ad unire persone provenienti da ideologie politiche differenti in un unico movimento, ma, dall’altra parte, questo movimento tocca solo in parte e in modo ambiguo tematiche importanti, come l’uscita dall’euro, la sovranità monetaria, la difesa culturale ed identitaria e così via. Quindi nel Movimento 5 Stelle ritroviamo un misto di sovranismo e allo stesso tempo di europeismo, una volontà di tutela della classi più in difficoltà ma allo stesso tempo una non volontà di scontrarsi faccia a faccia con il neoliberismo che è la causa ultima della miseria; troviamo dei tentativi di affrontare temi come l’immigrazione, conditi però da un politicamente corretto di cui non ci si vuole sbarazzare o per chiari interessi elettorali o per vera e propria volontà politica.

Dall’altro, invece, si crea un contesto esattamente inverso, per cui abbiamo dei partiti che mettono il tema della sovranità al centro del loro progetto politico. In questo caso però il problema è proprio il background dei partiti sovranisti che compongono lo scacchiere politico nazionale, un background che porta inevitabilmente alla divisione e non all’unione di intenti.

Per esempio, se prendiamo la Lega, un partito che in sé racchiude delle tematiche care ai sovranisti, ci si domanda: come può questo partito, considerata la sua storia anche più recente, unire tutti gli italiani in un progetto comune? Nonostante il botto ottenuto nelle ultime elezioni (successo chiaramente dislocato al Nord, per l’appunto), le contraddizioni restano ancora troppo grandi. Dall’alleanza con Berlusconi, rappresentante di un partito che nulla a che vedere con la sovranità e con l’interesse nazionale, fino alla storia del partito stesso, che è sempre stato legato in maniera stretta ai territori del Nord Italia e che ha sempre nutrito ed espresso, in maniera abbastanza esplicita, disprezzo per il Sud del Paese. Il punto è: nonostante quelle che forse possono essere delle buone intenzioni, come si può accusare il potenziale elettore sovranista del Sud Italia di non voler votare Lega? Ha tutto il diritto e soprattutto tutte le ragioni storiche per non farlo.

Le contraddizioni, d’altro canto, non mancano neanche all’interno di Casapound. Come può un partito che, nonostante tutto e nonostante i tempi in cui viviamo, mantiene un certo legame neanche troppo implicito con il fascismo, guardare al futuro e alla strutturazione di un partito che coinvolga tutti coloro che hanno a cuore la sovranità della Nazione? Ovviamente non può, perché il passato non è facile da cancellare, e lo è ancora meno se da esso non si prendono delle posizioni di netto distacco. La stessa cosa ovviamente vale dall’altro lato anche per il Partito Comunista, anch’esso ancorato ad una tradizione ormai morta e anacronistica.

Tutto questo fa veramente rabbia. Non solo si fa fatica ad essere rappresentati, ma ciò che è ancora più frustrante è sapere fin dall’inizio come ognuno di questi partiti o movimenti abbia dei punti deboli così importanti e visibili da poter essere attaccato e ferito mortalmente, senza troppe difficoltà, dal sistema dominante. Il sistema neoliberista, infatti, attraverso il politicamente corretto, non ci metterà molto a liquidare la Lega come partito razzista che ha sempre accusato i cittadini del Sud di essere dei terroni pigri e nullafacenti, così come perderà cinque minuti ad abbattere contro Casapound la paura della resurrezione di Mussolini, paura che, incredibilmente, su una marea di soggetti direi con un eufemismo ben poco pensanti, pare fare effetto. E probabilmente impiegherà ancora meno tempo a distruggere ciò che rimane del Partito Comunista, semplicemente ignorandone la presenza, in quanto soggetto politico anacronistico e dunque trascurabile.

E poiché, volenti o nolenti, la maggioranza degli italiani, passano il tempo ad ascoltare le banalità che fuoriescono quotidianamente da giornali e televisioni, ecco che ognuno di questi sentieri presenti all’interno della foresta della politica verrà calpestato così tanto da annientarne la visibilità stessa e quindi la percorribilità. Oppure verrà diffusa la narrazione secondo la quale ogni sentiero conduce ad una destinazione differente, cosa ovviamente falsa, perché i principi di sovranità nazionale accompagnano e accomunano tutti questi soggetti politici. Non è detto che debba per forza andare così, ovviamente, ma è molto probabile. Anche perché, a tutto ciò che ho scritto, si aggiunge un altro punto importante, che riguarda gli elettori.

Credo infatti che sia necessario fare un breve accenno al tema dell’elettorato che oggi, grazie soprattutto alla rete, ha molta più voce ed ha un confronto, anche se spesso sterile, molto più fitto e costante con le varie controparti. Il mio punto di vista è che l’immaturità di queste forze politiche di cui ho parlato si riflette nella poca maturità degli elettori. Basta infatti esplorare le discussioni che avvengono in rete, da Youtube a Facebook, per leggere non solo una valanga di insulti reciproci, ma soprattutto una quantità enorme di banalità e di riferimenti assolutamente dannosi e privi di senso. Ed ecco che, com’era del tutto prevedibile, troviamo l’elettore dei 5 stelle per il quale i leghisti sono tutti razzisti mentre i voti di Casapound provengono solo da picchiatori fascisti; giriamo pagina e puntualmente leggiamo il parere dell’elettore leghista nostalgico che accusa gli elettori dei 5 stelle di essere degli ignoranti o dei nullafacenti che non hanno voglia di lavorare; poi ti sposti in ambito Casapound e nel 2018, tra commenti e opinioni anche intelligenti, trovi ancora personaggi che esordiscono con “dux mea lux” e con “vincere e vinceremo” e secondo i quali sono tutti dei traditori della patria. Ovviamente, è chiaro che sto volontariamente generalizzando, ma ad un occhio poco accorto la situazione appare esattamente così.

Ecco perché, a mio avviso, nasce l’esigenza di un soggetto politico nuovo, sovranista, che mira all’attuazione di politiche volte all’interesse nazionale, che possa davvero coinvolgere tutti grazie per esempio alla partecipazione attiva di grandi personalità che vengono magari da ambiti politici o disciplinari diversi e grazie anche all’elemento di novità, e che in questo modo si porterebbe fuori dai radar di attacchi infami da parte del pensiero unico neoliberista in nome di un passato più o meno compromettente.

Un partito in cui possano confluire coloro i quali oggi costituiscono l’elettorato di estrema destra e di estrema sinistra, quei sovranisti che hanno scelto di votare Movimento 5 Stelle e che con discrete possibilità resteranno delusi, quelle persone del Centro e del Sud Italia che in fondo si rendono conto che certe idee di Salvini non sono poi così campate per aria, ma che non possono dare il voto alla Lega a causa di un lecito rancore per un recente passato difficile da cancellare. Un soggetto politico capace quindi da un lato di mettere da parte un passato che divide e dall’altro di mettere in risalto gli aspetti che uniscono. Un partito che non possa essere attaccato e delegittimato con la scusa di essere giudicato razzista, fascista, comunista o nordista. Un partito in cui possano confluire tutti coloro che amano la democrazia e il proprio Paese, a prescindere da quello che può essere stato il passato politico di ogni elettore. In pratica va ripresa la strategia del Movimento 5 Stelle, che ha dimostrato che superare le vecchie ideologie è assolutamente possibile, con la differenza di raccogliere in questo caso il voto dei sovranisti e non semplicemente delle persone incazzate ma senza visione politica. Potrebbe essere il partito dei Bagnai ma anche dei Fusaro, dei Marco Mori ma anche dei Marco Rizzo, dei Borghi e dei Di Battista.

Mi rendo conto che può sembrare un’utopia, ma sono molto convinto di quest’idea e di questa grande opportunità, anche perché è sempre maggiore il numero di persone che, non solo ha messo da parte la vecchia dicotomia destra-sinistra (il Movimento 5 Stelle ne è il prodotto), ma che sta anche cominciando a ragionare con una nuova dicotomia, quella sovranismo-globalismo: è necessario dare un punto di riferimento nuovo e solido a questi cittadini.