Adesso basta

Ancora una volta, per l’ennesima volta, gli Stati Uniti stanno portando il mondo sull’orlo di una crisi senza precedenti. Questa volta la vittima designata è la Siria di Assad, il dittatore colpevole, a loro dire, di aver lanciato un attacco con armi chimiche contro cittadini inermi.

Il mio post non vuole essere una descrizione dei fatti, non vuole esporre gli eventi, né tantomeno mettersi a discutere sulle motivazioni che spingono l’Occidente verso l’ennesimo scempio.

Del resto, sarebbe inutile e anche poco interessante. Lo sappiamo tutti che agli americani non importa un bel niente delle presunte armi chimiche di Assad. Se a questo aggiungiamo il fatto che queste famose armi chimiche nelle mani di Assad è un discorso ancora tutto da dimostrare, il quadretto è completo. In questi casi, per gli eventuali indecisi, vale sempre la legge del cui prodest: a chi conviene credere a questa storiella? A chi è convenuto mettere in scena o effettuare un’azione del genere? Ad Assad magari? Ce lo vedete Assad ad impostare la sua strategia in questi termini “bene, sono riuscito con fatica a riprendere in mano la situazione, che fare adesso? Uhm, effettivamente rischio un po’ di annoiarmi adesso che ho la situazione sotto controllo.. Idea! Sferro un attacco chimico sulla popolazione inerme, così l’America troverà la scusa in cinque minuti per bombardarmi, e torniamo a divertirci!”?

Va bene, direi che posso fermarmi qui… Però voglio dire un’ultima cosa, giusto per ricordarla a tutti: in tutto questo l’Unione Europea dov’è? Dove sono finiti quelli che dicono che l’Unione Europea è importante soprattuto in chiave internazionale perché rispetto ai singoli Stati può fare la voce grossa nelle questioni di geopolitica internazionale? Qualcuno ne sa qualcosa? Ah già ora ricordo, siamo solo una semplice colonia e un sottoprodotto degli USA, scusate mi ero quasi dimenticato.

Come dicevo, il mio post non vuole essere un’analisi degli eventi, ma semplicemente uno sfogo. Non è più possibile tollerare una situazione di questo genere. Non è più possibile tollerare una nazione che dopo la seconda guerra mondiale si è convinta di poter decidere delle sorti del mondo, come se l’intero pianeta fosse di sua proprietà. Non è più possibile assistere ad azioni militari e di esplicita conquista o annientamento di Stati sovrani da parte degli Stati Uniti, sulla base delle scuse più ridicole. Io sono nato nell’89 e praticamente sono nato e cresciuto fino ad oggi con le guerre degli USA in giro per il mondo, e francamente ne ho davvero le palle piene. Ho vissuto gli anni della guerra in Iraq, basata su prove false, gli anni della guerra in Afghanistan, poi la Libia di Gheddafi, ora la Siria. Il tutto condito da un’ipocrisia vomitevole, dalle scuse più indecenti, dalla stampa e dall’informazione più squallida e becera, dai discorsi sulle armi chimiche mai trovate, fino all’argomento di dover esportare la democrazia. Adesso basta.

Oggi l’America non può più scherzare con il fuoco. Oggi la Russia non è più quel relitto post Unione Sovietica, indebolito e quasi annientato. Oggi la Cina non campa più sulla coltivazione del riso. Il mondo è cambiato, gli equilibri sono cambiati o per meglio dire, sono tornati, per fortuna. Quell’equilibrio che, in teoria, se ci fosse un minimo di razionalità, dovrebbe portare alla stabilità, dal momento che nessuno può più permettersi di fare la voce grossa senza stare a sentire quello che hanno da dire gli altri, coloro che non sono d’accordo, gli “stati canaglia”, giusto per ricordare che livelli di manipolazione mediatica abbiamo dovuto sopportare in questi anni grazie ai cari “paladini del mondo democratico”.

Se oggi gli Stati Uniti hanno deciso di perdere completamente il buon senso e andare avanti nonostante le probabili reazioni di Russia e Cina e allora così sia. Vuol dire che evidentemente lo scontro doveva essere inevitabile, vuol dire che la folle ricerca di potere assoluto e planetario da parte degli USA era ormai una tempesta fuori controllo. E anche se il prezzo da pagare dovesse essere altissimo, vuol dire che evidentemente non c’erano alternative, e sarà stato comunque giusto pagarlo in nome di un briciolo di giustizia rimasto in questo Occidente primo ormai di ogni valore e di ogni freno, diventato cancro del pianeta.

Verità in video #03: Marcello Veneziani e il sistema globalitario

Terzo appuntamento con la rubrica “Verità in video“, la video-rubrica che ricerca la verità in ogni ambito, lo spazio dedicato all’esaltazione del senso critico, l’unica cura che riesce a disintossicare il corpo e la mente dagli applausi interminabili del pubblico di Di Martedì.

Proseguiamo con un ulteriore intervento in occasione del convegno “Globalismo e Sovranità” organizzato dal centro di studi politici e strategici “Machiavelli“. Questa volta il protagonista è lo scrittore, giornalista e saggista Marcello Veneziani.

Con la sua retorica chiara ma allo stesso tempo minuziosa, Veneziani ci spiega quali sono i punti cardine del sistema neoliberista all’interno del quale tutti noi viviamo e con il quale siamo costretti a confrontarci ogni giorno. Dal capitalismo senza regole al supporto culturale ed ideologico del politicamente corretto.

Inoltre, Veneziani propone una personale analisi del fenomeno del populismo, inteso come prima vera grande reazione alla globalizzazione, e ne descrive caratteri, punti di forza e debolezze.

Qui il video: Marcello Veneziani – Il sistema globalitario

Bruno Amoroso: le vittorie dei mercanti durante il processo di modernizzazione

Recentemente ho letto uno dei libri del Prof. Bruno Amoroso, nello specifico “L’Apartheid Globale“. Si tratta di un saggio che tratta il tema della globalizzazione, analizzando il fenomeno sotto vari aspetti, ma in particolar modo sotto il profilo prettamente economico.

Il libro è molto interessante, anche se non sempre mi sono trovato d’accordo con il quadro descritto da Amoroso. Ad ogni modo ne consiglio vivamente la lettura e in questo breve (articolo, post?) vorrei focalizzare l’attenzione su un punto che invece ho trovato molto significativo, cioè l’analisi di Amoroso sul ruolo dei “mercanti” durante il processo di modernizzazione e le battaglie vinte da questa categoria nei confronti di tutta la comunità.

Amoroso riassume la questione in maniera molto chiara e a mio avviso fornisce anche degli spunti interessanti sui quali poter riflettere. Nel libro si parte dal presupposto che il processo di modernizzazione ha una storia di circa 500 anni e solo negli ultimi 200 anni nasce la vera e propria modernizzazione capitalista. Punto centrale della riflessione è l’analisi della figura del mercante all’interno della comunità. Amoroso spiega che nella società premoderna il mercante non era una figura molto apprezzata e fino al XIII secolo si trovava in fondo alla piramide sociale, al pari del contadino e certamente sotto il clero, la nobiltà e persino l’artigiano.

Nel 1400, agli inizi della modernizzazione “i mercanti scoprono che la comunità è il luogo dove si fissano le norme, le regole etiche, politiche e anche quelle di scambio, poiché il mercato aveva delle regole e chi imbrogliava veniva punito. I mercanti capiscono che chi fissa le regole ha il potere e che, se uno riesce a modificare le regole, modifica i valori della società. Se due uova valgono quanto uno chilo di pane, chi fa il pane è, forse, avvantaggiato; ma se inverto i valori e chi fa il pane guadagna meno di chi produce due uova, tutto cambia”.

Per Amoroso dunque il capitalismo nasce come un sistema per cambiare le regole dei mercati al fine di trarne dei vantaggi. Ma c’era un problema, in quanto le regole della società, della comunità, andavano a toccare anche l’economia. Era dunque necessario distruggere queste regole. Inizia così la lotta dei mercanti contro i principali “dogmi” della società.

La prima battaglia e la prima vittoria del mercantilismo consiste nella separazione dell’economia dall’etica (basti pensare al famoso motto “gli affari sono affari”).

La seconda vittoria riguarda un’altra grande separazione, cioè quella tra la politica e l’etica. Da questa battaglia sorge il laicismo, inteso quindi come virtù. Dopo il potere economico, i mercanti gettano le basi per assumere il controllo anche del sistema politico.

Molto interessante la riflessione di Amoroso sulle conseguenze tra queste separazioni che avvengono all’interno della società e quelle che al contempo avvengono all’interno del singolo individuo. Cito “A queste separazioni dall’etica, prima dell’economia e poi della politica, corrispondono parallele scissioni della persona: come se le persone fossero fatte a compartimenti stagni e una volta pensassero in termini etici, un’altra in termini economici, un’altra ancora in termini politici. Questo comportamento assurdo è il contenuto folle della modernizzazione (…). Non a caso accusiamo gli integralisti di essere folli poiché ancora mescolano politica, religione, economia, costumi. In realtà essi difendono il principio dell’unità della persona e della comunità come organi di comuni responsabilità”.

Questa per quanto mi riguarda è una riflessione fondamentale e molto forte. Da appassionato di psicologia, ho intuito già da tempo lo stresso nesso che vi è tra conflitto individuale e conflitto sociale, tra i meccanismi della mente del singolo e i meccanismi della psicologia di un’intera società. In buona sostanza, comprendere i propri conflitti interiori, le proprie componenti psichiche, permette di cogliere gli stessi identici meccanismi in azione anche a livello sociale, politico, economico e così via. E lo stesso principio, per logica, dovrebbe essere valido e possible anche al contrario.

Amoroso prosegue quindi con l’enunciazione delle altre battaglie vinte dal mercantilismo. La terza grande guerra vinta è quella contro la religione, che imperversa nei costumi e nello stile di vita delle persone, ed è quindi un ostacolo per il processo di modernizzazione. Metterei anche in stretto collegamento questa terza battaglia con la seconda, ovvero quella contro l’etica, che certamente ha molto a che vedere anche con la religione. “Distrutta la religione della comunità in nome del materialismo e del laicismo, i mercanti impongono la loro nuova religione. L’ostia viene sostituita dalla moneta d’oro; il consumo diviene il segno della virtù e del benessere; i templi diventano le Borse ed i palazzi del potere. (…) I miracoli ormai li fa la tecnologia, affidarsi a Dio sembra antiquato; che decida la tecnologia appare più moderno, se non ovvio. Che il mercato sostituisca i giudizi di Dio sembra naturale. La Borsa, che giorno per giorno dalla tv ci dice come comportarci costituisce, ormai, la normalità. Il mercato è diventato la nuova religione“.

Infine, la quarta battaglia vinta, corrisponde ancora una volta ad una separazione, in questo caso separazione nel campo dei saperi. Possiamo pensare alla figura dello scienziato che si occupa di scienza senza però considerare le proprie responsabilità a livello sociale.

Le conseguenze di questi quattro passaggi, come sottolinea Amoroso, sono fondamentalmente due: la persona viene sostituita dall’individuo e al contempo la comunità viene spezzettata in varie parti e in vari poteri che non sono più collegati in maniera armonica tra di loro, con tutto quello che ne consegue.

La propaganda anti-Italia

Uno dei personaggi che più apprezzo nel panorama politico, ma più in generale nel panorama intellettuale italiano, è senza dubbio Alberto Bagnai, oggi senatore eletto con la Lega. In realtà ascoltavo con piacere i suoi interventi in occasione di vari convegni già da parecchio tempo, il più delle volte durante incontri organizzati per trattare il tema dell’uscita dall’euro.

Ma non è dell’euro che mi interessa parlare, anche perché in fondo Bagnai, come egli stesso ammette tranquillamente durante i dibattiti, preferisce affrontare altre tematiche, in quanto a suo avviso parlare dell’euro è poco interessante. La moneta non funziona, ormai c’è una vastissima letteratura scientifica sul tema, discorso chiuso. Non a caso, ad ogni intervento, Bagnai tocca tanta altre questioni molto più importanti. I suoi ragionamenti ci costringono a riflettere sul tema della democrazia oggi, su cosa sia rimasto di questo sistema di governo, sulla nostra Nazione, sul dibattito intellettuale italiano.

Oggi vorrei fare un accenno molto breve ad un tema che Bagnai ha sempre cercato di sollevare all’interno del dibattito, ovvero la continua propaganda che prosegue da anni su giornali e televisioni, da parte di una folta schiera di giornalisti e intellettuali, che consiste nel buttare fango su tutto ciò che riguarda l’Italia e gli italiani in generale.

Il tema mi tocca particolarmente in quanto residente da circa due anni all’estero, nella fattispecie in Spagna. E ricordo che la prima volta che ascoltai le parole di Bagnai pensai: “ah lo vedi che allora è vero, non era solo una mia impressione! Finalmente qualcuno che lo dice chiaramente!”.

Il collegamento con il mio vissuto personale sta nel fatto che, quando vivi all’estero, poco a poco inizia a venir fuori, almeno nel mio caso, quella sorta di patriottismo buono, sano e positivo, che in buona sostanza si era poco a poco spento. Ricordo che mi bastò andare per qualche giorno a Roma dopo circa un anno di residenza a Barcellona, per provare delle sensazioni molto particolari. Mi sentivo quasi come se fossi un turista e l’idea di essere atterrato a Roma, una cosa vissuta già moltissime volte e sempre con assoluta indifferenza, era diventato di colpo qualcosa di incredibilmente emozionante. Ricordo che era come se percepissi l’esaltazione dei gruppi di turisti presenti nell’aereo, e i pensieri che frullavano nella mia testa spaziavano dal “cioè la capitale d’Italia è Roma, è ancora qui con tutta la sua storia e la sua leggenda, rendiamoci conto” al “siamo nel cuore della storia dell’Occidente”. Si mescolavano esaltazione e brividi di orgoglio, di orgoglio nazionale, un orgoglio che vivendo in Italia era completamento scomparso.

E allora ecco che il discorso di Bagnai si incastra perfettamente con il mio vissuto, perché è la verità. Quando vai a vivere all’estero, passi fondamentalmente due fasi, almeno nella mia esperienza: la prima è un senso di rabbia iniziale condita dall’esaltazione causata dal nuovo, in quanto fondamentalmente ti ritrovi in un posto dove in linea di massima tutto funziona meglio rispetto all’Italia. Passi dunque i primi tempi ad esaltare l’organizzazione del Paese estero in cui ti trovi e a paragonarla con la situazione disastrosa del Paese da cui vieni. Ad un certo punto però, una volta abituato al nuovo scenario, poco a poco inizia ad uscire fuori un sentimento di recupero della tua identità che passa inevitabilmente dal recupero della tua cultura. E immediatamente l’Italia passa da Paese della disorganizzazione a Paese dell’arte, della tradizione culinaria, dei paesaggi straordinari, di personaggi illustri, di marchi di prestigio, della lingua studiata in tutto il mondo, la culla dell’Impero Romano e della cultura greca. Quella bandiera verde bianca e rossa assume una forza straordinaria, ti senti parte di una storia unica, anche con tutti i mali del caso.

Ora, si potrebbe pensare che tutto ciò possa derivare da una semplice e banale nostalgia, ma a me personalmente sembra riduttivo. La verità è che, in Italia, un certo ambiente culturale, grazie anche ad una forte presenza mediatica, ha creato un clima tetro, di sfiducia e soprattutto di linciaggio nei confronti della Nazione. Una narrazione che prosegue senza sosta e che giorno dopo giorno ci ricorda che gli italiani sono tutti corrotti, che in Italia siamo ladri, che siamo ignoranti, mentre all’estero invece sono degli illuminati e la corruzione non esiste; ci bombardano con l’idea di una Nazione debole, senza speranza, senza punti da cui partire, che deve solo accettare l’idea di essere un paesello inutile in mezzo alle grandi realtà mondiali e che quindi è giusto così, bisogna solo farsene una ragione. Ed è per questo che quando uno straniero, magari un tedesco, ci dice “Italiani tutti corrotti”, noi invece di rispondere “perché invece da te no magari? Vogliamo parlare della Volkswagen, come eravate onesti e limpidi?”, rispondiamo “si si è vero, eh che ci possiamo fare? Voi siete più bravi”. Questo è il risultato di questo vento intellettuale che da decenni ormai attraversa l’Italia e ci ha ridotto in questo stato di colpevolezza per cui ci sentiamo inferiori rispetto a tutti gli altri popoli europei, come se in fondo ci meritassimo la situazione che vive il nostro Paese.

Ecco, non è solo nostalgia, è il distacco totale da questa narrazione nefasta, un distacco assoluto da questo vento di vergogna che soffia sull’Italia. Una separazione che poco a poco porta i suoi frutti e ti fa riscoprire la grandezza del tuo Paese e l’orgoglio di esserne parte, nel bene e nel male.

Verità in video #01: Glauco Benigni e la “global communication”

Parte la rubrica “Verità in video“, i migliori video e le migliori intervista su temi di attualità e non. Analisi profonde e dettagliate, un colpo di pistola dritto contro la superficialità dei media mainstream nell’analisi di tematiche che ci coinvolgono in prima persona.

Oggi il protagonista è Glauco Benigni, in una video intervista rilasciata all’ormai mitico e monumentale video blog di controinformazione di Claudio Messora, “byoblu“. Colgo l’occasione per ringraziare di cuore Claudio Messora per l’enorme lavoro svolto con l’unica finalità di informare realmente le persone, di proporre nuovi punti di vista, nuove alternative al racconto e al pensiero unico imposto dai media tradizionali.

Dalla pagina youtube dell’intervista:

“Quali canali usa la propaganda? Chi li controlla? Che ruolo ha la pubblicità? Quanto investono nella creazione dei nostri “stili di vita”? Come siamo passati dall’era Murdoch all’era di Amazon? Come siamo entrati, senza accorgercene, nel grande medioevo digitale? Ve lo racconta Glauco Benigni, docente, giornalista e analista esperto di Global Communication. Da Roma, per Byoblu, intervista di Eugenio Miccoli

Di seguito l’intervista:

Glauco Benigni – Controllati Sociali

Ecco perché la globalizzazione mira alla distruzione della classe media

Uno degli effetti ormai conclamati della globalizzazione è quello della distruzione della cosiddetta classe media, attraverso una guerra senza quartiere che la colpisce continuamente e sotto vari aspetti, in primis economico e culturale. Si parla di questo fenomeno come una sorta di conseguenza inevitabile del sistema “globalitario” (mi piace terribilmente questo termine utilizzato da Marcello Veneziani per creare un’assonanza con il termine “totalitario”) per il quale l’1% della popolazione detiene una ricchezza pari a quella del restante 99% (perché questo è il vero volto della globalizzazione tanto amata dalle alte sfere della finanza e, cosa molto più inspiegabile e triste, dai cosiddetti “progressisti”). Questo, inevitabilmente, conduce alla scomparsa della classe media.

La mia riflessione cerca di andare oltre questa visione che definirei in qualche modo “automatica” di causa-effetto e tende a considerare il fenomeno, non come conseguenza diretta, ma come un obiettivo pre-configurato della globalizzazione. Un obiettivo dunque voluto a priori, cercato.

Per seguire questo ragionamento, bisogna prima di tutto cercare di capire cosa sia la classe media, quella che un tempo veniva definita borghesia. Per quello che ci interessa in questo momento, direi che la caratteristica più importante della borghesia è sempre stata quella da un lato di non avere così tanta ricchezza da piegarsi completamente ai disegni del grande potere economico e dall’altro di non essere mai così tanto povera (come il proletariato) da rassegnarsi definitivamente alla propria condizione e, soprattutto, da non avere i mezzi per istruirsi, comprendere il proprio mondo, e sviluppare delle alternative. La pericolosità della classe media risiede proprio in questo: un gruppo sociale i cui componenti non stanno né così tanto bene da appoggiare il potere costituito ad occhi bendati (poiché si rendono conto di non avere gli stessi privilegi di quest’ultimo, privilegi che gli vengono negati), né così tanto male da non potersi permettere un’adeguata istruzione che gli permetta di analizzare la società in cui vive e di conseguenza cogliere degli elementi per, eventualmente, rovesciare il sistema.

eug__ne_delacroix_-_la_libert___guidant_le_peuple_-_us-pd

A conti fatti, nella storia moderna e contemporanea, tutte le grandi rivoluzioni sono nate grazie alla classe media, e sono state condotte dagli intellettuali della borghesia. Sono sempre stati gli intellettuali borghesi a far comprendere alla massa le ragioni per cui fosse necessaria una rivolta e a guidarla, poiché il popolo, la classe più bassa, seppur più numerosa, da sola non ha mai avuto gli strumenti per comprendere la propria realtà e soprattutto per trovare e sviluppare delle alternative.

Ecco perché oggi il sistema, armato delle esperienze del passato, ha tra i propri obiettivi più che voluti (e non semplicemente conseguenti ad altri fenomeni) quello di eliminare la classe media, dividendo i suoi componenti tra una minima percentuale che entrerà a far parte di quella classe privilegiata che difenderà (più o meno illusoriamente) il sistema, e una maggioranza che invece precipiterà nella povertà e nell’impossibilità di avere gli strumenti per rovesciare il sistema stesso.