Bruno Amoroso: le vittorie dei mercanti durante il processo di modernizzazione

Recentemente ho letto uno dei libri del Prof. Bruno Amoroso, nello specifico “L’Apartheid Globale“. Si tratta di un saggio che tratta il tema della globalizzazione, analizzando il fenomeno sotto vari aspetti, ma in particolar modo sotto il profilo prettamente economico.

Il libro è molto interessante, anche se non sempre mi sono trovato d’accordo con il quadro descritto da Amoroso. Ad ogni modo ne consiglio vivamente la lettura e in questo breve (articolo, post?) vorrei focalizzare l’attenzione su un punto che invece ho trovato molto significativo, cioè l’analisi di Amoroso sul ruolo dei “mercanti” durante il processo di modernizzazione e le battaglie vinte da questa categoria nei confronti di tutta la comunità.

Amoroso riassume la questione in maniera molto chiara e a mio avviso fornisce anche degli spunti interessanti sui quali poter riflettere. Nel libro si parte dal presupposto che il processo di modernizzazione ha una storia di circa 500 anni e solo negli ultimi 200 anni nasce la vera e propria modernizzazione capitalista. Punto centrale della riflessione è l’analisi della figura del mercante all’interno della comunità. Amoroso spiega che nella società premoderna il mercante non era una figura molto apprezzata e fino al XIII secolo si trovava in fondo alla piramide sociale, al pari del contadino e certamente sotto il clero, la nobiltà e persino l’artigiano.

Nel 1400, agli inizi della modernizzazione “i mercanti scoprono che la comunità è il luogo dove si fissano le norme, le regole etiche, politiche e anche quelle di scambio, poiché il mercato aveva delle regole e chi imbrogliava veniva punito. I mercanti capiscono che chi fissa le regole ha il potere e che, se uno riesce a modificare le regole, modifica i valori della società. Se due uova valgono quanto uno chilo di pane, chi fa il pane è, forse, avvantaggiato; ma se inverto i valori e chi fa il pane guadagna meno di chi produce due uova, tutto cambia”.

Per Amoroso dunque il capitalismo nasce come un sistema per cambiare le regole dei mercati al fine di trarne dei vantaggi. Ma c’era un problema, in quanto le regole della società, della comunità, andavano a toccare anche l’economia. Era dunque necessario distruggere queste regole. Inizia così la lotta dei mercanti contro i principali “dogmi” della società.

La prima battaglia e la prima vittoria del mercantilismo consiste nella separazione dell’economia dall’etica (basti pensare al famoso motto “gli affari sono affari”).

La seconda vittoria riguarda un’altra grande separazione, cioè quella tra la politica e l’etica. Da questa battaglia sorge il laicismo, inteso quindi come virtù. Dopo il potere economico, i mercanti gettano le basi per assumere il controllo anche del sistema politico.

Molto interessante la riflessione di Amoroso sulle conseguenze tra queste separazioni che avvengono all’interno della società e quelle che al contempo avvengono all’interno del singolo individuo. Cito “A queste separazioni dall’etica, prima dell’economia e poi della politica, corrispondono parallele scissioni della persona: come se le persone fossero fatte a compartimenti stagni e una volta pensassero in termini etici, un’altra in termini economici, un’altra ancora in termini politici. Questo comportamento assurdo è il contenuto folle della modernizzazione (…). Non a caso accusiamo gli integralisti di essere folli poiché ancora mescolano politica, religione, economia, costumi. In realtà essi difendono il principio dell’unità della persona e della comunità come organi di comuni responsabilità”.

Questa per quanto mi riguarda è una riflessione fondamentale e molto forte. Da appassionato di psicologia, ho intuito già da tempo lo stresso nesso che vi è tra conflitto individuale e conflitto sociale, tra i meccanismi della mente del singolo e i meccanismi della psicologia di un’intera società. In buona sostanza, comprendere i propri conflitti interiori, le proprie componenti psichiche, permette di cogliere gli stessi identici meccanismi in azione anche a livello sociale, politico, economico e così via. E lo stesso principio, per logica, dovrebbe essere valido e possible anche al contrario.

Amoroso prosegue quindi con l’enunciazione delle altre battaglie vinte dal mercantilismo. La terza grande guerra vinta è quella contro la religione, che imperversa nei costumi e nello stile di vita delle persone, ed è quindi un ostacolo per il processo di modernizzazione. Metterei anche in stretto collegamento questa terza battaglia con la seconda, ovvero quella contro l’etica, che certamente ha molto a che vedere anche con la religione. “Distrutta la religione della comunità in nome del materialismo e del laicismo, i mercanti impongono la loro nuova religione. L’ostia viene sostituita dalla moneta d’oro; il consumo diviene il segno della virtù e del benessere; i templi diventano le Borse ed i palazzi del potere. (…) I miracoli ormai li fa la tecnologia, affidarsi a Dio sembra antiquato; che decida la tecnologia appare più moderno, se non ovvio. Che il mercato sostituisca i giudizi di Dio sembra naturale. La Borsa, che giorno per giorno dalla tv ci dice come comportarci costituisce, ormai, la normalità. Il mercato è diventato la nuova religione“.

Infine, la quarta battaglia vinta, corrisponde ancora una volta ad una separazione, in questo caso separazione nel campo dei saperi. Possiamo pensare alla figura dello scienziato che si occupa di scienza senza però considerare le proprie responsabilità a livello sociale.

Le conseguenze di questi quattro passaggi, come sottolinea Amoroso, sono fondamentalmente due: la persona viene sostituita dall’individuo e al contempo la comunità viene spezzettata in varie parti e in vari poteri che non sono più collegati in maniera armonica tra di loro, con tutto quello che ne consegue.

“Fascisti antifascisti” e il conflitto da superare

Proseguono gli episodi di violenza in tutta Italia che vedono come protagonisti da un lato i cosiddetti ragazzi dei centri sociali (“manicomi”o “centri per disagiati” non andavano bene come termini?) e dall’altro le forze dell’ordine o presunti “fascisti”, scritto tra virgolette per delle ragioni più che valide che vedremo fra poco.

Dopo il violento corteo di Piacenza e il pestaggio avvenuto a Palermo, il teatro degli scontri si sposta a Torino. Questa volta non ci si limita ad un bel pestaggio nei confronti di un poliziotto o magari d un militante di Forza Nuova o Casapound, no, questa volta si opta per lanciare direttamente bombe con chiodi verso le forze dell’ordine.

Ritengo che il punto di partenza per prendere una posizione su questi episodi non possa essere la solita frase “la violenza è sempre sbagliata”, ma sono convinto che prima di tutto sia necessario fare un po’ di chiarezza su cosa si intenda per “fascismo”.

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Il pestaggio ai danni del militante di forza nuova a Palermo

Per come la vedo io, il termine “fascismo” non indica e non può riferisti al fascismo storico nel momento in cui lo si utilizza in riferimento ad una situazione presente. É assolutamente un controsenso. É come se io vedessi in Marco Rizzo, leader del Partito Comunista, il nuovo Stalin. Tutto ciò mi sembra assolutamente privo di senso.

Se invece utilizzo il termine in riferimento al passato, allora chiaramente non può che fare riferimento ad un regime totalitario nato, cresciuto e morto. E vorrei nuovamente sottolineare: morto! Insomma, state tranquilli che Mussolini non risorgerà dalla tomba, né tanto meno Hitler, né Stalin, né le loro reincarnazioni. La democrazia è riuscita a sopravvivere ai vecchi totalitarismi, ormai ha gli anticorpi. Non li ha invece contro dei nuovi virus totalitari, ma questo lo vedremo fra un po’…

Dunque, chi è il fascista? La parola fascista dovrebbe fare riferimento a chiunque non rispetti la democrazia. Fascista è chi sopprime le opinioni altrui con la violenza, fisica o verbale. Fascista è chi non permette l’espressione democratica di qualsiasi altro partito che la pensi diversamente. Fascista è chi limita la democrazia, chi non è tollerante verso opinioni diverse dalla propria. Questo è il fascismo.

Per contro, non si è fascisti perché si indossa un tricolore, perché si parla di patria, perché si parla di rispettare gli italiani e così via. Non si condividono questi valori? Benissimo, liberi di cercarne degli altri, ma non credo che ad esempio la Francia o la Spagna siano Paesi formati per il 90% da fascisti. Perché in Italia, purtroppo e cosa che non avviene altrove, si commette (almeno la “sinistra”) il terribile errore di considerare fascista chi mantiene un sentimento patriottico, quando invece si dovrebbe parlare di nazionalista o sovranista. Secondo questa visione distorta che logora le menti della “sinistra” italiana (“sinistra” è sempre scritto tra virgolette perché l’unica vera sinistra italiana rimasta si chiama Partito Comunista, il resto sono squallidi personaggi che di sinistra non hanno proprio nulla) i partigiani erano fondamentalmente dei fascisti, in quanto liberarono l’Italia da un regime si, ma prima di tutto dallo straniero, cioè dai tedeschi a cui Mussolini aveva venduto l’Italia. Anche i partigiani fondamentalmente erano dei sovranisti, e si rivolterebbero nella tomba guardando cosa è diventata oggi l’Italia, serva dell’Europa e della Germania, perché i partigiani avevano liberato l’Italia affinché potesse essere padrona del proprio destino, nel bene o nel male, non schiava di qualcun altro.

E quindi mi chiedo: oggi cos’è più fascista, un comizio di Casapound regolarmente autorizzato e nel rispetto delle regole democratiche o è più fascista un gruppo di persone che, in nome dell’antifascismo, picchiano, pestano, lanciano bombe, il tutto per ostacolare la libertà di espressione della parte opposta? Chiunque abbia un minimo di buon senso sa già la risposta. Ci troviamo davanti a dei fascisti antifascisti o a degli antifascisti fascisti, come preferite.

 

La riflessione che viene fuori è sconfortante in quanto la cosa più drammatica è che ogni qualvolta si verifica una situazione di questo tipo, il “sistema” neoliberista e il capitalismo finanziario, GODONO e brindano all’ennesimo scontro fra due parti (quasi sempre a causa di una tra le due…) che non hanno l’intelligenza e la cultura per comprendere quale sia il vero nemico.

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Il poliziotto pestato durante il corteo antifascista a Piacenza

 

Purtroppo le due parti agli estremi dello scenario politico dei paesi occidentali, non hanno ancora capito che oggi il vero bipolarismo non è più tra destra e sinistra, non è più tra fascisti e comunisti, ma è tra sovranisti e globalisti, tra chi vuole la supremazia della nazione, dello Stato e quindi del popolo rispetto al dominio della globalizzazione e delle strutture sovranazionali che la sostengono, e chi invece vuole l’annientamento delle nazioni sull’altare dei mercato unico e del capitalismo finanziario. Questo è il punto cruciale della questione. E mentre il mondo prende questa piega e abbiamo quindi una vera e propria guerra in corso, troviamo ancora due fazioni facenti parte della stessa visione (sovranista) che si fanno la guerra tra loro. Molti dei militanti continuano a non comprendere quale sia la loro posizione e soprattutto quella del loro “avversario” nello scenario politico contemporaneo, e continuano ad accusarsi ed attaccarsi vicendevolmente. Domanda: perché allora solo l’estrema destra sta avendo successo? Semplice, perché i vertici a destra sono stati quelli che più degli altri si sono resi conto del problema e lo hanno fatto questione pubblica. Non è che a sinistra non lo sappiano, ma chi mette la questione sul piatto fa parte della punta estrema della sinistra internazionale (in Italia il Partito Comunista). Tutti gli altri partiti della “sinistra”, da Articolo1 a Liberi e Uguali, che si definiscono tali e che quindi oscurano quel pizzico rimasto di vera sinistra, sono espressione del globalitarismo dominante, tanto quanto i partiti del centro destra, cioè PD (si, esatto), FI, ecc. Il problema più grave quindi è che la sinistra è in contraddizione profonda con se stessa: come può infatti la forza politica che da sempre dovrebbe tutelare le classi più deboli, il popolo, appoggiare allo stesso tempo il sistema globalitario, quindi l’euro, l’Unione Europea, il politicamente corretto, e così via? Non può, e infatti è scomparsa dalle preferenze elettorali e, attenzione, ha fatto tutto volontariamente. Perché una forza che oggi fa leva sull’antifascismo, lo fa semplicemente perché non ha più nulla da dire rispetto a quelli che sono i problemi del popolo, quindi è perfettamente consapevole di questo, la “sinistra” sa benissimo di essersi venduta e trasformata nel braccio armato del globalismo internazionale.

Tornando alla similitudine tra estrema destra ed estrema sinistra, basata su una visione sovranista, basta prendere i programmi politici di Casapound e del Partito Comunista per vedere che sono praticamente uguali, in quanto improntanti sulla sovranità nazionale che, come dicevo prima, non è un’idea fascista, ma al contrario è un’idea democratica. Entrambi sono contro l’euro e l’Unione Europea, entrambi sono per una banca nazionale pubblica, entrambi sono per il primato dello Stato sull’economia e sulla finanza, entrambi parlano dell’immigrazione come un fenomeno voluto e foraggiato dal capitalismo per poter abbassare il costo del lavoro, e così via. E quindi? Ci mettiamo a delirare dicendo che il Partito Comunista e formato da fascisti, oppure ci fermiamo un attimo e ci poniamo due domande?

Il giorno che le due parti si renderanno pienamente conto di stare dalla stessa parte, forse ci sarà una speranza politica di rovesciare questo sistema, forse a quel punto, il neoliberismo, cioè il vero fascismo, potrà capitolare. E non sarebbe neanche un’idea così assurda o utopistica. Anzi, l’idea dei due eterni rivali che ad un certo punto smettono di lottare e si alleano per sconfiggere un nemico comune più grande direi che è quasi un’idea archetipica.

Vorrei concludere citando Pier Paolo Pasolini, uno che già ai tempi aveva intuito la brutta piega che stava prendendo la società capitalista e uno dei mezzi che avrebbe utilizzato il sistema per proteggersi dalla rivolta: “Mi chiedo, caro Alberto (Moravia), se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda”