Verità in video #03: Marcello Veneziani e il sistema globalitario

Terzo appuntamento con la rubrica “Verità in video“, la video-rubrica che ricerca la verità in ogni ambito, lo spazio dedicato all’esaltazione del senso critico, l’unica cura che riesce a disintossicare il corpo e la mente dagli applausi interminabili del pubblico di Di Martedì.

Proseguiamo con un ulteriore intervento in occasione del convegno “Globalismo e Sovranità” organizzato dal centro di studi politici e strategici “Machiavelli“. Questa volta il protagonista è lo scrittore, giornalista e saggista Marcello Veneziani.

Con la sua retorica chiara ma allo stesso tempo minuziosa, Veneziani ci spiega quali sono i punti cardine del sistema neoliberista all’interno del quale tutti noi viviamo e con il quale siamo costretti a confrontarci ogni giorno. Dal capitalismo senza regole al supporto culturale ed ideologico del politicamente corretto.

Inoltre, Veneziani propone una personale analisi del fenomeno del populismo, inteso come prima vera grande reazione alla globalizzazione, e ne descrive caratteri, punti di forza e debolezze.

Qui il video: Marcello Veneziani – Il sistema globalitario

Bruno Amoroso: le vittorie dei mercanti durante il processo di modernizzazione

Recentemente ho letto uno dei libri del Prof. Bruno Amoroso, nello specifico “L’Apartheid Globale“. Si tratta di un saggio che tratta il tema della globalizzazione, analizzando il fenomeno sotto vari aspetti, ma in particolar modo sotto il profilo prettamente economico.

Il libro è molto interessante, anche se non sempre mi sono trovato d’accordo con il quadro descritto da Amoroso. Ad ogni modo ne consiglio vivamente la lettura e in questo breve (articolo, post?) vorrei focalizzare l’attenzione su un punto che invece ho trovato molto significativo, cioè l’analisi di Amoroso sul ruolo dei “mercanti” durante il processo di modernizzazione e le battaglie vinte da questa categoria nei confronti di tutta la comunità.

Amoroso riassume la questione in maniera molto chiara e a mio avviso fornisce anche degli spunti interessanti sui quali poter riflettere. Nel libro si parte dal presupposto che il processo di modernizzazione ha una storia di circa 500 anni e solo negli ultimi 200 anni nasce la vera e propria modernizzazione capitalista. Punto centrale della riflessione è l’analisi della figura del mercante all’interno della comunità. Amoroso spiega che nella società premoderna il mercante non era una figura molto apprezzata e fino al XIII secolo si trovava in fondo alla piramide sociale, al pari del contadino e certamente sotto il clero, la nobiltà e persino l’artigiano.

Nel 1400, agli inizi della modernizzazione “i mercanti scoprono che la comunità è il luogo dove si fissano le norme, le regole etiche, politiche e anche quelle di scambio, poiché il mercato aveva delle regole e chi imbrogliava veniva punito. I mercanti capiscono che chi fissa le regole ha il potere e che, se uno riesce a modificare le regole, modifica i valori della società. Se due uova valgono quanto uno chilo di pane, chi fa il pane è, forse, avvantaggiato; ma se inverto i valori e chi fa il pane guadagna meno di chi produce due uova, tutto cambia”.

Per Amoroso dunque il capitalismo nasce come un sistema per cambiare le regole dei mercati al fine di trarne dei vantaggi. Ma c’era un problema, in quanto le regole della società, della comunità, andavano a toccare anche l’economia. Era dunque necessario distruggere queste regole. Inizia così la lotta dei mercanti contro i principali “dogmi” della società.

La prima battaglia e la prima vittoria del mercantilismo consiste nella separazione dell’economia dall’etica (basti pensare al famoso motto “gli affari sono affari”).

La seconda vittoria riguarda un’altra grande separazione, cioè quella tra la politica e l’etica. Da questa battaglia sorge il laicismo, inteso quindi come virtù. Dopo il potere economico, i mercanti gettano le basi per assumere il controllo anche del sistema politico.

Molto interessante la riflessione di Amoroso sulle conseguenze tra queste separazioni che avvengono all’interno della società e quelle che al contempo avvengono all’interno del singolo individuo. Cito “A queste separazioni dall’etica, prima dell’economia e poi della politica, corrispondono parallele scissioni della persona: come se le persone fossero fatte a compartimenti stagni e una volta pensassero in termini etici, un’altra in termini economici, un’altra ancora in termini politici. Questo comportamento assurdo è il contenuto folle della modernizzazione (…). Non a caso accusiamo gli integralisti di essere folli poiché ancora mescolano politica, religione, economia, costumi. In realtà essi difendono il principio dell’unità della persona e della comunità come organi di comuni responsabilità”.

Questa per quanto mi riguarda è una riflessione fondamentale e molto forte. Da appassionato di psicologia, ho intuito già da tempo lo stresso nesso che vi è tra conflitto individuale e conflitto sociale, tra i meccanismi della mente del singolo e i meccanismi della psicologia di un’intera società. In buona sostanza, comprendere i propri conflitti interiori, le proprie componenti psichiche, permette di cogliere gli stessi identici meccanismi in azione anche a livello sociale, politico, economico e così via. E lo stesso principio, per logica, dovrebbe essere valido e possible anche al contrario.

Amoroso prosegue quindi con l’enunciazione delle altre battaglie vinte dal mercantilismo. La terza grande guerra vinta è quella contro la religione, che imperversa nei costumi e nello stile di vita delle persone, ed è quindi un ostacolo per il processo di modernizzazione. Metterei anche in stretto collegamento questa terza battaglia con la seconda, ovvero quella contro l’etica, che certamente ha molto a che vedere anche con la religione. “Distrutta la religione della comunità in nome del materialismo e del laicismo, i mercanti impongono la loro nuova religione. L’ostia viene sostituita dalla moneta d’oro; il consumo diviene il segno della virtù e del benessere; i templi diventano le Borse ed i palazzi del potere. (…) I miracoli ormai li fa la tecnologia, affidarsi a Dio sembra antiquato; che decida la tecnologia appare più moderno, se non ovvio. Che il mercato sostituisca i giudizi di Dio sembra naturale. La Borsa, che giorno per giorno dalla tv ci dice come comportarci costituisce, ormai, la normalità. Il mercato è diventato la nuova religione“.

Infine, la quarta battaglia vinta, corrisponde ancora una volta ad una separazione, in questo caso separazione nel campo dei saperi. Possiamo pensare alla figura dello scienziato che si occupa di scienza senza però considerare le proprie responsabilità a livello sociale.

Le conseguenze di questi quattro passaggi, come sottolinea Amoroso, sono fondamentalmente due: la persona viene sostituita dall’individuo e al contempo la comunità viene spezzettata in varie parti e in vari poteri che non sono più collegati in maniera armonica tra di loro, con tutto quello che ne consegue.

Il prezzo da pagare per la vera sinistra ed il trionfo europeo della destra

Sappiamo bene che negli ultimi anni il consenso per i partiti di estrema destra (se vogliamo ancora definirli tali) è cresciuto in tutta Europa. La ragione a mio avviso è da rintracciare nel tema delle globalizzazione o meglio dire globalismo, termine che sottolinea maggiormente l’ideologia culturale ed economica che sta dietro un fenomeno che viene invece dipinto come qualcosa di inarrestabile e di automatico, come se non dipendesse dalle scelte di una ristretta cerchia di persone e di poteri.

Per questo motivo, infatti, più che parlare di partiti o movimenti di estrema destra, bisognerebbe utilizzare la definizione di partiti nazionalisti e sovranisti. Non ci troviamo più dunque, a livello politico, sociale ed economico, nel vortice del vecchio bipolarismo destra-sinistra, fascismo-comunismo, ma all’interno di un nuovo bipolarismo, fondato sulla coppia globalismo-sovranismo.

Questo nuovo bipolarismo ha completamente mescolate le carte poste sul tavolo della politica. Difatti, in tutto l’Occidente, è ormai evidente come i partiti cosiddetti “moderati”, portino avanti una stessa linea politica basata su un servile appoggio al sistema neoliberista, mentre i due estremi, sia a destra che a sinistra, si dissociano da questa visione e propongono un’alternativa basata sulla sovranità della nazione e quindi del popolo, sul primato dello Stato rispetto ai mercati finanziari e alle grandi multinazionali e, di conseguenza, sulla protezione dei diritti sociali di ogni cittadino rispetto alle esigenze dei mercati, di cui invece sono succubi i partiti moderati.

Come avevo già accennato in un precedente articolo, basta guardare i programmi politici dei poli estremi, ad esempio Casapound da un lato e Partito Comunista dall’altro, per rendersi conto di come le due visioni proposte siano assolutamente simili, compatibili, e di conseguenza opposte a quelle messe in atto nell’ultimo decennio dai partiti di centro destra e di centro “sinistra”.

E qui vengo al punto di questa breve riflessione: perché allora l’estrema destra è riuscita a catturare, più o meno in tutta Europa, questa reazione popolare nei confronti della globalizzazione (il cosiddetto populismo, che altro non è che una reazione delle classi medie e popolari contro la globalizzazione e i danni da essa causati), mentre invece l’estrema sinistra (o meglio dire la vera sinistra ) è rimasta succube di questo processo, senza riuscire a catturare il manifesto dissenso da parte dei cittadini rispetto al sistema?

A mio modo di vedere, le ragioni fondamentali sono due:

  1. La falsa sinistra ha finito con il delegittimare anche quella fetta di vera sinistra rimasta: purtroppo è così, vent’anni di falsa sinistra, di sinistra neoliberista che ha tradito completamente il popolo e quei valori che invece avrebbe dovuto difendere, come il lavoro ed in generale i diritti sociali, ha finito con il trascinare nella voragine dell’indifferenza elettorale anche quella piccola fetta di estrema sinistra (l’odierno Partito comunista) che invece era rimasta fedele a quei valori profondamente di sinistra, ma che ormai, agli occhi degli elettori, fa comunque parte di quel gruppo di traditori. Insomma, se in tutti questi anni i servi del neoliberismo (Bersani, Renzi, Letta, Boldrini, D’Alema, e così via) avessero evitato di definirsi “persone di sinistra”, oggi il Partito Comunista e in generale la vera sinistra avrebbe certamente maggior consenso.
  2. La messa al bando da parte dell’estrema sinistra dei valori di patriottismo ed identità culturale: nonostante le grandi similitudini fra le visioni politiche, economiche e sociali dei partiti di estrema destra e di estrema sinistra, esiste ancora una grande differenza, che a mio avviso è il fattore nevralgico che poi, a conti fatti, porta il consenso a destra. E’ vero, entrambe le parti dichiarano apertamente di voler uscire dall’euro, puntano ad un ritorno della sovranità nazionale, vogliono uno Stato forte che abbia il controllo ed il primato sull’economia e sulla finanza, voglio difendere i diritti dei lavoratori e delle classi più in difficoltà; insomma, concordano sul fatto che il popolo debba essere realmente sovrano e sull’idea che sia necessario sconfiggere il neoliberismo per riportare democrazia e diritti sociali.
    Ma c’è una differenza: mentre il Partito Comunista si limita ad una lotta al neoliberismo sul fronte politico ed economico, l’estrema destra si trova in prima linea anche nella lotta da un punto di vista culturale ed identitario, un tema molto sentito dai popoli europei.
    Cerco di fare un esempio pratico per rendere l’idea. Quando si parla di immigrazione ad esempio, entrambe le parti sono molto critiche nei confronti del fenomeno. Ma mentre il Partito Comunista si limita a far notare come l’immigrazione sia un fenomeno voluto e foraggiato dal capitale per abbassare il costo del lavoro e distruggere così i diritti dei lavoratori occidentali, l’estrema destra, a questa critica, aggiunge anche la minaccia dal punto di vista identitario e culturale, conscio del fatto che il capitalismo finanziario mira anche ad abbattere le radici culturali di ogni singolo popolo e a distruggere le differenze tra i popoli e tra le culture, nel tentativo di creare una società emancipata da radici storiche e culturali, da residui tradizionalistici, in cui l’individuo si ritrova spaesato e privo si strumenti e di identità per comprendere la drammaticità della propria condizione e per combattere il sistema stesso.
    Dunque, per fronteggiare il sistema neoliberista anche sotto questi profili, è inevitabile fare leva anche su sentimenti di patriottismo, di identità culturale, di esaltazione della propria nazione e della propria cultura, non perché superiore alle altre, ma semplicemente in quanto unica (come ogni altra cultura) e di conseguenza meritevole di sopravvivere e di non essere distrutta.
    Sulla sponda sinistra del fiume, invece, questi concetti vengono praticamente banditi dal dibattito politico. Non ho certezze sul perché, ma viene da pensare ad una sorta di timore derivante da una visione ancora cieca ed ancorata ad un passato ormai remoto, in cui tali valori inevitabilmente portano a pensare al vecchio regime fascista. Come fa quindi un comunista, animato comunque da buone intenzioni, a contrastare il neoliberismo anche sotto questi aspetti? Purtroppo non può, almeno fin quando non riesca a liberarsi da un passato ormai anacronistico.
    I valori di nazione, di patriottismo, di esaltazione della propria cultura pur nel rispetto di tutte le altre, non sono dei valori fascisti o negativi, anzi, sono dei valori positivi che aiutano nella lotta al pensiero unico del nuovo capitalismo. Non a caso, in paesi come la Spagna, la Francia o l’Inghilterra, l’idea del bene della nazione, la bandiera appesa alla finestra della propria casa, è un sentimento trasversale, che attraversa la società in lungo e in largo, da destra a sinistra, poiché in un mondo dominato da una visione globalista che mira ad appiattire tutto ciò che richiama alla propria storia ed alla propria identità nazionale, il rispetto e l’amore per la propria nazione e per la propria cultura restano valori assolutamente positivi su cui si può sempre fare affidamento.
    Ciò che conta è, da un lato, evitare che questi sentimenti portino all’idea della superiorità della propria cultura rispetto alle altre, dall’altro, non dimenticarsi della difesa della propria cultura e della propria identità e anzi riappropriarsi di questi valori come ulteriore strumento nella lotta al sistema globalitario.

Ecco perché la globalizzazione mira alla distruzione della classe media

Uno degli effetti ormai conclamati della globalizzazione è quello della distruzione della cosiddetta classe media, attraverso una guerra senza quartiere che la colpisce continuamente e sotto vari aspetti, in primis economico e culturale. Si parla di questo fenomeno come una sorta di conseguenza inevitabile del sistema “globalitario” (mi piace terribilmente questo termine utilizzato da Marcello Veneziani per creare un’assonanza con il termine “totalitario”) per il quale l’1% della popolazione detiene una ricchezza pari a quella del restante 99% (perché questo è il vero volto della globalizzazione tanto amata dalle alte sfere della finanza e, cosa molto più inspiegabile e triste, dai cosiddetti “progressisti”). Questo, inevitabilmente, conduce alla scomparsa della classe media.

La mia riflessione cerca di andare oltre questa visione che definirei in qualche modo “automatica” di causa-effetto e tende a considerare il fenomeno, non come conseguenza diretta, ma come un obiettivo pre-configurato della globalizzazione. Un obiettivo dunque voluto a priori, cercato.

Per seguire questo ragionamento, bisogna prima di tutto cercare di capire cosa sia la classe media, quella che un tempo veniva definita borghesia. Per quello che ci interessa in questo momento, direi che la caratteristica più importante della borghesia è sempre stata quella da un lato di non avere così tanta ricchezza da piegarsi completamente ai disegni del grande potere economico e dall’altro di non essere mai così tanto povera (come il proletariato) da rassegnarsi definitivamente alla propria condizione e, soprattutto, da non avere i mezzi per istruirsi, comprendere il proprio mondo, e sviluppare delle alternative. La pericolosità della classe media risiede proprio in questo: un gruppo sociale i cui componenti non stanno né così tanto bene da appoggiare il potere costituito ad occhi bendati (poiché si rendono conto di non avere gli stessi privilegi di quest’ultimo, privilegi che gli vengono negati), né così tanto male da non potersi permettere un’adeguata istruzione che gli permetta di analizzare la società in cui vive e di conseguenza cogliere degli elementi per, eventualmente, rovesciare il sistema.

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A conti fatti, nella storia moderna e contemporanea, tutte le grandi rivoluzioni sono nate grazie alla classe media, e sono state condotte dagli intellettuali della borghesia. Sono sempre stati gli intellettuali borghesi a far comprendere alla massa le ragioni per cui fosse necessaria una rivolta e a guidarla, poiché il popolo, la classe più bassa, seppur più numerosa, da sola non ha mai avuto gli strumenti per comprendere la propria realtà e soprattutto per trovare e sviluppare delle alternative.

Ecco perché oggi il sistema, armato delle esperienze del passato, ha tra i propri obiettivi più che voluti (e non semplicemente conseguenti ad altri fenomeni) quello di eliminare la classe media, dividendo i suoi componenti tra una minima percentuale che entrerà a far parte di quella classe privilegiata che difenderà (più o meno illusoriamente) il sistema, e una maggioranza che invece precipiterà nella povertà e nell’impossibilità di avere gli strumenti per rovesciare il sistema stesso.